Eodem
anno in vigilia sancti Bartolomei…, nella notte che precede
il giorno di S. Bartolomeo, siamo nel mese di agosto del 1318,
Pordenone patisce l’incendio più distruttivo della
sua storia antica. Il fuoco riduce in cenere tutte le case di
legno del primo nucleo abitativo; nessuno può opporsi all’impeto
delle fiamme e gli abitanti, in preda ad un sacro terrore, fuggono
in direzione del fiume. Pochissimo tempo dopo si pensa già
alla ricostruzione e le abitazioni sono riedificate usando le
pietre (de muro) e, come spesso avviene, proprio sulle ceneri
di un disastroso incendio nasce un nuovo centro storico che, nel
nostro caso, costituisce ancora oggi l’identità più
preziosa della città.
Pordenone, dopo un dominio veneziano durato secoli, appartiene
alla Casa d’Austria quando la Congregazione Municipale decide
l’acquisto di un macchinario d’incendio. Corre l’anno
1857 e la pompa a stantuffi, colle opere per il trasporto, specifica
il diligente Cursore municipale costa alla comunità 1290.26
lire; non si ha personale organizzato e stipendiato per questo
titolo ed allora la macchina e gli attrezzi sono affidati in custodia
ad un capo-fabbro che percepisce ogni anno la somma di 14.70 fiorini.
L’uomo, certo Luigi Fagini, chiama a raccolta alcuni suoi
conoscenti: sono anch’essi fabbri, falegnami e muratori
ed hanno le botteghe in Contrada Maggiore, proprio nel Centro
Storico. Questi coraggiosi si prestano con ardimento all’estinzione
degli incendi tanto che le Compagnie Assicurative, già
da qualche tempo presenti in città, non possono ignorare
la loro opera che si rivela decisiva per limitare i danni; dopo
ogni incendio, infatti, ai nostri bravi artigiani è distribuita
una discreta somma che rimpingua il magro bilancio familiare.
Negli
anni seguenti, ottenuta l’annessione al Regno d’Italia
nel 1866, Pordenone è protagonista di un significativo
sviluppo industriale; l’abbondanza d’acqua (fiumi,
canali, rogge) favorisce la nascita d' importanti complessi cotonieri
quali la Tessitura di Roraigrande, la Filatura di Torre ma soprattutto
il Cotonificio del Conte lombardo Amman e dell’imprenditore
d’origine svizzera Wepfer che è edificato nell’immediata
periferia della cittadina, proprio sulle rive del fiume Noncello.
Emilio Wepfer, illuminata figura d’industriale, intuisce
il pericolo che deriva dal fuoco poichè gli incendi, infatti,
scoppiano con sinistra regolarità non solo negli opifici
cittadini ma anche nelle abitazioni del centro e nei rustici di
campagna. Emilio Wepfer desidera arginare il maligno elemento
non solo acquistando dalla Knaust di Vienna una pompa d’incendio
ma anche addestrando le squadra di pompieri aziendali. Sono proprio
gli operai-pompieri dei cotonifici che accorrono con i macchinari
idraulici in quasi tutti gli incendi e le gazzette cittadine non
mancano mai di rimarcare l’irrinunciabile presenza degli
uomini e pompe dell’Amman e Wepfer ma nello stesso tempo
condannano senza appello la cronica assenza delle pompe comunali.
Nel
1885 il Municipio, punzecchiato senza pietà dalla penna
dei cronisti, ha un moto d’orgoglio e trova i fondi per
l’acquisto di una pompa Knaust, simile a quella acquistata
anni prima dal lungimirante Wepfer; i pordenonesi sborsano per
la gloriosa Grosse vierradrige Wagenspritze (pompa a braccia montata
su carro) ben 1853.40 fiorini austriaci pari a 4100 lire italiane.
Mancano ancora i pompieri ed allora ecco che il Bando di Concorso
del 1 giugno 1890 s’incarica di selezionare un capo e tre
vigili-pompieri; l’avviso di concorso è firmato dal
sindaco Enea Ellero, un avvocato che si è guadagnato l’ammirazione
della cittadinanza per aver combattuto a fianco di Giuseppe Garibaldi
nella spedizione dei Mille. I
cronisti del tempo definiscono l’incendio il terribile elemento
o l’elemento divoratore; le fiamme sono spaventevoli, voraci.
I pompieri sono spesso intrepidi, indomiti e degni d'ogni encomio.
Le macchine idrauliche degli opifici cittadini sono eccellenti
e di gran forza ma la pompa del Comune, sovente inutilizzata per
la cronica mancanza di persone abili al maneggio, rimane sconsolatamente…
inoperosa.
Alle
nove di sera del 16 settembre 1896, mentre al Teatro Licinio la
Pordenone che conta è estasiata dalle celebri note della
Lucia di Lammermoor, un fuoco violento ed improvviso s’impossessa
dei grandi magazzini del Cotonificio Amman. Accorrono tutti i
pompieri e tutte le pompe disponibili in zona, gli uomini ingaggiano
un’impari lotta contro il vorace elemento ed alla fine,
benché il fuoco reclami il tributo di 6000 balle di cotone
e 7000 pezze di cotonina, si riesce a salvare i reparti produttivi
e con loro il sostentamento di centinaia di famiglie. Seguono
anni oscuri per il servizio antincendio comunale che balbetta
e stenta ad assumere una precisa fisionomia; i caustici editoriali
de Il Noncello, Il Tagliamento e de La Patria del Friuli non danno
alcun scampo alle Amministrazioni Comunali pavide e rinunciatarie.
Il fuoco, intanto, fa il bello e cattivo tempo e si deve attendere
la Prima Guerra Mondiale per annotare un Corpo Pompieri finalmente
degno di una cittadina votata all’industria ed al progresso.
L’artefice del cambiamento è il conte Nicolò
Barbarich; il nobiluomo, chiamato a guidare il manipolo di spegnitori,
mette in campo nuove risoluzioni dimostrando d’avere le
idee molto chiare. A smorzare l’entusiasmo del giovane Nicolò
ci pensa l’incendio della Filatura di Torre. Il 27 maggio
1916 le fiamme avvolgono i reparti del grandioso opificio. Lo
stabilimento è protetto dal fuoco grazie ad un impianto
di spegnimento automatico che fa capo ad un serbatoio aereo di
ben 400 ettolitri d’acqua diramata in tutte le sale da apposite
tubazioni. Le capsule che trattengono il liquido fondono a 45
gradi e quindi lasciano un’apertura per l’uscita dell’acqua
che s’irraggia con un diametro di 8 metri. L’impianto,
chiamato alla prova più severa funziona in modo approssimativo
e le fiamme sono libere di propagarsi in ogni direzione avvolgendo
sale e rings. L’opera dei pompieri è in ogni caso
eccellente e permette almeno d’evitare la totale distruzione
dei capannoni.
I
pompieri di Pordenone finalmente sono dotati di due camioncini
Fiat 15 Ter ed una motopompa Celi-Viotti ed è così
che la qualità del servizio antincendio compie subito un
ulteriore passo in avanti. Non c’è molto tempo per
prendere confidenza con i nuovi mezzi poiché incombe Caporetto
e l’invasore ha già in piede in città. I pompieri,
prese armi e bagagli, fuggono a Ferrara trovando lavoro ed ospitalità.
Trascorre un anno e quando le sorti del conflitto volgono al bello
il Barbarich ed i suoi uomini ritornano animati dai più
fervidi propositi.
Segue l’epoca del grande incendio della Premiata Fabbrica
di Stoviglie della facoltosa famiglia Galvani (dicembre 1921)
ma è soprattutto con l’inizio della stagione dei
grandi saggi che i nostri pompieri assurgono agli onori della
cronaca. Il 16 settembre 1923 i pompieri pordenonesi offrono alla
città una grandissima manifestazione pompieristica; tutta
la cittadinanza è presente e si spella letteralmente le
mani ammirando le ardimentose manovre con scale italiane, a gancio,
salti sul telo, calata dalle funi e mirabili azioni di salvataggio.
Nicolò Barbarich, prima di rendere prematuramente l’anima
a Dio, riesce a costituire un Consorzio per i servizi pompieristici;
quest'alleanza contempla la partecipazione dell’Amministrazione
Comunale, delle municipalità contermini ma soprattutto
delle grandi e piccole società industriali. Ogni soggetto,
infatti, in ragione delle proprie finanze, è tenuto a contribuire
alle spese del Corpo Pompieri che, per contro, deve garantire
un servizio perfetto e puntuale. Il successo di tale iniziativa
è subito tangibile e grazie alla nuova disponibilità
economiche il Corpo Civico s’ammoderna in mezzi e materiali.
L’organigramma s’irrobustisce e pur mantenendo un
carattere prettamente volontario non difetta certo d’ardore,
volontà e disciplina e proprio per questo tanti giovani
pordenonesi desiderano far parte di un Corpo che gode ormai di
un consolidato ed unanime prestigio.
Il
Regio Decreto del 10 ottobre 1935 (il n. 2472 controfirmato da
Mussolini, Solmi, Di Revel e Gobolli-Gigli) decide di porre fine
al tempo dello spontaneismo e della disomogeneità e, di
fatto, sancisce la soppressione dei Corpi comunali affidandoli
all’Autorità Provinciale. Lo stesso Decreto, al punto
21, illustra le Disposizioni per il caso di mobilitazione e per
i più attenti questo è un inequivocabile segno che
la guerra, pur essendo ancora lontana, sta già scaldando
i suoi motori. Il nuovo ordinamento affida il Distaccamento volontario
di Pordenone alla tutela del Comando Provinciale di Udine. Rotolano
i vecchi elmetti, le insegne del glorioso Corpo Civico sono sostituite
dalla nuove fiamme con il numero 34 ed il motto latino per ignem
per undas celerrime avvolge in un unico abbraccio l’attività
antincendio della Piccola Patria del Friuli che comprende Destra
e Sinistra Tagliamento.
Trascorrono gli eventi bellici che vedono Pordenone pesantemente
colpita (dicembre 1944) dai bombardamenti alleati e sono proprio
i vigili del fuoco, assieme alle squadre dell’U.N.P.A.,
a distinguersi per coraggio ed ardimento nella difficile opera
di soccorso.
Si dovrà attendere il 1968, anno dell’istituzione
della nuova provincia di Pordenone, perché il Distaccamento
locale, dopo un breve periodo di transizione che coincide con
la temporanea nascita del Comando Circondariale, assuma la completa
autonomia da Udine.
La nuova sede di Via Interna (1972) s’incarica di dare finalmente
anche una dignità organizzativa e logistica al nuovo Comando
che con i suoi distaccamenti di Maniago, Spilimbergo e S.Vito
al Tagliamento ha già assunto la sua attuale fisionomia.
La
Storia del Pompieri di Pordenone è stata ricostruita dal
Capo Squadra Tomadini Mario nel volume “Incendi e Pompieri
nella Vecchia Pordenone- La storia del Corpo Civico dal 1866 al
1937” . Per raccogliere informazioni e notizie si sono resi
necessari quasi tre anni di ricerche nelle Biblioteche di Pordenone,
Udine, Treviso e Ferrara; negli Archivi Storici dei Comuni di
Pordenone e di Ferrara e nella Biblioteca della Curia Vescovile
di Pordenone. Moltissimi documenti peraltro appartengono alla
famiglia dell’Autore poiché sia il padre Silvano
(in servizio nel Comando di Pordenone dal 1944 al 1982) sia il
prozio maresciallo Gustavo Commisso (pompiere civico dal 1912)
hanno trascorso la loro vita nel servizio antincendio cittadino.
La pubblicazione, edita dalla Società di Mutuo Soccorso
ed Istruzione di Pordenone, è stata realizzata nel 2002
grazie al contributo dell’Amministrazione Comunale e Provinciale
di Pordenone e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e
Pordenone. |